copertina 5Il primo volume della cosiddetta Triade, attribuito al Padre Pellegrino, cioè I ghiacci di Passo Ceti, ci presenta una nota fiera del suo autore: Elior Odentorth propone qui una sorta di autodifesa. Non solo, contempla varie ipotesi circa le fonti alle quali si sono ispirati gli autori degli ultimi tre volumi. Leggetela, io mi fermo qui. La nota di per sé è piuttosto lunga.

Se vi annoiano le premesse o le minuziose questioni riguardanti date e fonti potete tranquillamente saltare questa nota e passare alla narrazione vera e propria. Se invece la vostra mente mostra l’intelligenza del curioso, proseguite senza dubbio.

Già nell’edizione del primo volume di questa storia accennai a come Nildon Lonstat, scrittore di scarsa fama ricordato solo per aver scritto Geshwa Olers e il viaggio nel Masso Verde, attingesse a piene mani a un manoscritto, poi scomparso in un incendio, titolato Triste viaggio di Geshwa e suo padre attraverso il Grande Masso Verde. Con tale notizia era mia intenzione informarti, o lettore, riguardo ad autore e fonte di ciò che andavi a leggere.

Purtroppo non posso fare altrettanto per quel che concerne gli avvenimenti presentati nei prossimi tre volumi dei quali impugni il primo. In effetti, perfino a una veloce occhiata al testo risalta subito all’occhio lo stile narrativo differente rispetto ai precedenti volumi e la maggiore profondità umana di ciò che viene narrato.

Non conosciamo gli autori dei contenuti nel quinto, sesto e settimo volume di Storia di Geshwa Olers e, soprattutto, non possiamo azzardare nemmeno un’ipotesi che vada al di là della leggenda. Anche la teoria che fu un tempo accreditata a causa degli stilemi narrativi simili a quelli usati dal poeta Masurzio di Karnalost – che venne per questo indicato come la reale identità dell’anonimo autore chiamato Padre Pellegrino – è destinata a crollare: infatti non si vede il motivo per cui Masurzio avrebbe dovuto porre mano a un’opera tanto lontana dalle sue abitudini letterarie, soprattutto nascondendosi dietro uno pseudonimo. Non per nulla lo ricordiamo tutti come poeta anziché quale scrittore di romanzi o racconti avventurosi. Tanto meno di un romanzo impregnato di forte spiritualità. Piuttosto, appare più probabile che suo sia il testo epico riportato nelle prime pagine del settimo volume, ma preferisco rimandare tale argomento a qualche riga più avanti e a una più ampia trattazione quando giungerà il giorno della pubblicazione di quel tomo.

Voglio sgombrare il campo da qualsiasi malinteso possa nascere dall’altra diffusa ipotesi riguardante lo scrittore celato. Qualche facinoroso si è dato da fare affinché dilagasse la pazza idea che io stesso, Elior Odentorth, sarei il Padre Pellegrino, e che avrei scritto questa storia della quale non esiste precedente pubblicato per omaggiare la memoria di Geshwa Olers, riparando così alla macchia nera rappresentata da Nodduci Odentorth, mio avo ormai lontano. Le sue vicende (se già non le conoscete) sono contenute nel presente volume. Se davvero avessi scritto io quest’opera non avrei tardato a renderlo manifesto, firmandola senza creare questioni di sorta, che non me ne verrebbe altro che merito. Innanzitutto non ho certo bisogno di giustificare me stesso o la mia antica casata per ciò che compì Nodduci. A testimoniare l’indefesso onore del mio lignaggio rimane tuttora in piedi nella meravigliosa Grodestà l’Agos Odentorth, la torre che la mia famiglia abita da tempo immemore e da me occupata odiernamente. Fosse divenuta il luogo incontestabile del tradimento sarebbe stata abbattuta. E invece essa sorge tuttora lì, accanto al Ponte Reale e davanti alla Prua della Nave. E in secondo luogo, il mio interesse nel curare la pubblicazione di questi testi di recente rinvenimento si inserisce nella linea del mio accurato lavoro di storico e di uomo interessato alle vicende di Ardeth. Come già dimostrò tempo addietro il più famoso Anèmbar, gli Odentorth sono garanzia di storicità attendibile.

Questo mi permette di passare agevolmente a un’ultima questione, quella delle fonti narrative.

Esse appaiono molteplici. Ci sarebbe innanzitutto, quale elemento oltretutto databile, il testo epico di Masurzio di cui parlavo precedentemente. Esso sarebbe stato scritto in occasione del centesimo anniversario della morte di Geshwa Olers, in contemporaneità con la stesura del I volume da parte di Nildon Lonstat. Per cui i volumi V, VI e VII sarebbero a esso successivi.

Poi c’è la questione delle informazioni relative all’aspetto religioso del romanzo, principalmente ai fatti che accaddero a Cetilan. Sono presentati nel testo con termini e moduli assai simili alle cosiddette “Cronache del Tempio” redatte negli anni 50-60 d.I. su notizia molto più antica dello stesso Predicatore, ancora vivente Geshwa Olers ma già morto Tades Far.

La terza fonte si può ritrovare negli “Atti” degli interrogatori dei processi militari del Regno. È tuttora frequente l’uso militare di considerare atto ufficiale un interrogatorio che si svolge nel corso di un processo, qualunque sia il grado militare che lo pone in essere, purché superiore a quello di Comandante semplice. Ogni qualvolta un Comandante in capo, un Comandante Eccelso del Regno o un qualsiasi Generale esegue un’inchiesta che produce un interrogatorio a un sottoposto, questo va considerato come atto ufficiale del Regno. Dev’essere dunque registrato e conservato nel luogo in cui è avvenuto. Ebbene, parte degli avvenimenti del VI volume sembrano essere tratti da alcuni documenti conservati nell’Archivio Militare di Passo Keleb.

L’ultima fonte è ovviamente la fantasia realistica di chi ha scritto il romanzo vero e proprio. Si potrebbe citare, in realtà, un’ennesima fonte plausibilmente ancora esistente ai tempi della stesura, una fonte non cartacea ma ‘fisica’. Ma la furia purificatrice del II secolo d.I. seguita alle commemorazioni del primo centenario ne hanno cancellato ogni traccia. Per quel che riguarda tale fonte scomparsa rimando a una delle Appendici al termine del VII volume, intitolata “Esseri magici”.

Detto questo, mi pare appropriato dire che la maggior parte dei testi di questo e dei successivi due tomi, che costituiscono la seconda parte del romanzo, venne redatta in un arco di tempo che va dal 140 al 205 d.I. Siamo quindi ben lontani dalla data odierna. Con questo spero di aver sgomberato il terreno da dubbi riguardanti la mia persona.

Buona lettura.

Elior Odentorth

Addì, 8 Spreig 335 d. I.

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