Tratti di una storia. – Elfi della Luce, elfi dell’Oscurità ed elfi della Penombra; elfi silvani ed elfi marittimi, folletti, bergfolk e coboldi, goblin ed angeli caduti: gli elfi sono la razza fantastica forse più bistrattata e la variante letteraria più importante di tutta la storia della letteratura.

Nati nella cultura originaria germanica in collegamento con le divinità, in particolare con Thor e con figure semimitiche, come Wieland il Guerriero, di cui si parla nell’Edda di Snorri come del “principe degli elfi”, letterariamente fanno la loro comparsa verso il X secolo dopo Cristo: e sono già designati o come piccoli angeli cacciati dal cielo o come esseri che sono in grado di ammaliare con lo sguardo. 

L’incontro con il Cristianesimo ha trasformato queste figure in proiezioni della simbologia dell’anima, legandole in maniera spesso inconscia al lato chiaro, luminoso o al lato oscuro dello spirito umano.

Sono, più spesso, stati legati alle orde demoniache e dunque relegati in ambiti territoriali ben definiti da cerimonie cristiane, luoghi che sono visitabili tutt’oggi, come ad esempio il Covolo di Camposilvano, in provincia di Verona, dove addirittura san Carlo Borromeo, prima che iniziasse il Concilio di Trento, officiò una cerimonia per rinchiudere in quell’ambito tutta una quantità di esseri magici e fatati che disturbavano la quiete pubblica, tra i quali, appunto, elfi.

In questo modo gli elfi sono decaduti al rango di folletti e hanno assunto nomi diversi a seconda della regione europea con cui entravano in contatto: in Inghilterra Portunes, in Scozia Brownie o Goblin, in Germania Coboldi, ecc. Perfino Goethe, nella celebre poesia Il re degli elfi, ha presentato per l’appunto il loro re come un essere che ruba la vita di un bambino: 

“Ti amo, mi attrae la tua bella persona,

e se tu non vuoi, ricorro alla forza”.

“Padre mio, padre mio, mi afferra in questo istante!

Il re degli Elfi mi ha fatto del male!”

Preso da orrore il padre veloce cavalca,

il bimbo che geme, stringe fra le sue braccia,

raggiunge il palazzo con stento e con sforzo,

nelle sue braccia il bambino era morto.

Johann Wolfgang von Goethe, Il re degli elfi (ErlKönig), 1782.

Dobbiamo attendere Tolkien per ridare vita, dignità e colore alla figura dell’elfo, che, comunque, rimane caratterizzato da un carattere spesso vendicativo e, soprattutto, etereo.

Forse, la figura dell’elfo, con la sua evoluzione da carattere celeste a creatura della terra, per ridiventare, infine, creatura di collegamento tra cielo e terra, può dire qualcosa dell’esperienza dell’uomo e della sua vita quotidiana.

Ma per renderci conto delle caratteristiche peculiari dell’elfo, confrontiamolo con la figura del nano, altra creatura che nell’immaginario fantastico occupa un luogo rilevante e del tutto peculiare.

Dicono che respirate così forte che potrebbero con una freccia trafiggervi al buio. – Il nano e l’elfo sono presentati spesso in contrasto reciproco: questo perché entrambi si credono superiori; tuttavia, l’elfo crede che la sua leggiadria sia l’elemento caratterizzante che lo rende superiore al nano, mentre il nano, da parte sua, identifica nel suo carattere testardo e battagliero, nonché nella capacità di lavorare la pietra, la sua forza e la sua superiorità. L’elfo vive sugli alberi o nei boschi, in un contesto naturale che rimanda direttamente alla dimora di un dio, dal momento che tra i Germani, popolazione di origine del mito elfico, la selva era il luogo sacro per eccellenza, come anche Tacito ricorda nella Germania. Il nano, invece, scava nella terra, alla ricerca di tesori e ricchezze nascoste, di cui diviene avido. L’elfo è leggero e cammina senza rumore sull’erba, sulla neve e sui fili; il nano è pesante, goffo e Tolkien lo presenta come una creatura raffazzonata, ideata sull’onda dell’impazienza da parte dei Valar. L’elfo è luminoso, il nano ama la penombra. 

Questa differente caratterizzazione delle due razze indica chiaramente che l’elfo è in collegamento con l’elemento etereo della luce e dell’aria, mentre il nano con l’elemento pesante e ferroso della terra. Prima di vedere i possibili significati di questa differenza, bisogna precisare che non è sempre stato così. L’elfo, in origine, era suddiviso in tre specie particolari: l’elfo della luce, che poteva viaggiare attraverso differenti dimensioni, e che era spesso di una bellezza effimera; l’elfo dell’oscurità, che viveva a stretto contatto con la terra di cui ne prendeva il colore e spesso viveva nelle case degli uomini; ed infine l’elfo della penombra, che numericamente era il più diffuso e che viveva in luoghi ben circoscritti lontani dagli esseri umani, prendendo qualunque precauzione per non farsi identificare. A ben guardare la storia degli elfi ha ripreso e sviluppato nella sua evoluzione ognuna di queste tre fasi.

In un primo momento l’elfo è stato designato come una divinità o una semi-divinità che permetteva di entrare in collegamento con dio; in un secondo momento è divenuto un’entità maligna nascosta nelle profondità della terra e collegata soprattutto con l’angelo ribelle; ed infine tornato ad essere una via di collegamento tra il cielo e la terra, soprattutto grazie a Tolkien che lo ha posto come creatura immortale, primogenito tra gli esseri senzienti e naturalmente collegati a Iluvatar.

Luce, oscurità, penombra: tre stadi che sono la progressiva privazione dell’elemento luminoso, fondamentale per vedere e fondamentale, secondo la filosofia antica e rinascimentale, per creare. 

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