Riprendiamo la nostra riflessione sugli elfi da dove l’avevamo lasciata. Qui potete leggere la prima parte dell’intervento. Buona lettura!

Luce ed elfo. – A livello filosofico la luce è l’elemento simbolico fondamentale. Aristotele diede alla luce la caratteristica di essere il quinto elemento, l’etere, che circonda e comprende l’intero universo degli enti composti dai quattro elementi tradizionali, cioè acqua, terra, aria e fuoco. Per la filosofia neo-platonica, la luce è l’elemento divino per eccellenza, il medio tramite il quale dio si comunica al mondo. Roberto Grossatesta, filosofo e teologo francescano del ‘200, creò una fisica originale basata su una teoria della luce vista come causa e forma prima di ogni realtà corporea e ragione ultima della bellezza del mondo visibile. Queste tre concezioni, tra di loro differenti, sono ugualmente importanti per indagare il significato degli elfi e ciò che essi significano per noi. 

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La luce, dicevamo, sembra essere la caratteristica predominante dell’elfo: nel Signore degli Anelli vengono presentati come esseri luminosi (e non è difficile, per noi, pensare alla luminosità degli angeli). L’elfo appare come l’essere in maggiore armonia con il creato, quella creatura che è in grado di operare magie in modo naturale e, dunque, non per magia in senso stretto, ma per una comunione implicita tra il suo essere e il mondo. Interpretando, dunque, l’elfo secondo un’accezione aristotelica, apparirebbe essere la creatura che, contenendo in sé i principi dell’universo, potrebbe modificarli e utilizzarli. Secondo un’accezione neo-platonica, se la luce è il medio tramite il quale dio si comunica, l’elfo diventa l’anello di congiunzione tra dio e l’uomo: a ben vedere il fascino degli elfi si trova proprio in una supposta superiorità rispetto all’uomo e in una maggiore capacità di governare le proprie emozioni e in un’apparente assenza di contrasto con dio. Ma il significato più profondo ci è dato da un accostamento tra l’elfo e la concezione della luce di Grossatesta: la luce come causa e forma prima di ogni realtà e ragione della bellezza. Qui ci troviamo, praticamente, di fronte al modo tolkieniano di intendere gli elfi: solo nelle sue opere essi diventano delle creature luminose che, in collegamento originario con Iluvatar, sono in grado di dare armonia e bellezza alla terra che abitano. La luce ne è la caratteristica essenziale, e la loro nostalgia consiste in un amore sviscerato per le stelle luminose e per la terra di Aman, dove brillavano gli alberi Telperion e Laurelin. 

Dal momento che acqua, terra, fuoco e aria, gli elementi compresi dall’etere, cioè dalla luce, rappresentano precise caratteristiche interiori dell’uomo (l’acqua la profondità delle emozioni e dei sentimenti; la terra il luogo di costrizione e di rigenerazione; il fuoco l’elemento di purificazione e di innalzamento; l’aria il luogo di elevazione spirituale e di liberazione), l’etere diventa simbolicamente l’intera esperienza umana, la vita stessa dell’uomo, con la sua parabola ascendente, statica e discendente. 

Noi e gli elfi. – In definitiva, dopo aver fatto incontrare la figura dell’elfo con il significato simbolico della luce, che cosa è possibile dire di queste creature che hanno trovato tanta fortuna nella letteratura fantastica di ogni tempo?

Forse questi esseri sono sempre stati la proiezione umana di un’idea di sé che è variata con il variare delle epoche. Ovvero, l’elfo sarebbe l’uomo. All’inizio l’uomo si vedeva a misura divina, come i mitici eroi dell’antichità classica che erano tutti di discendenza divina, e l’elfo, trasposizione su un piano totalizzante della propria realtà, divenne un essere a diretta discendenza dalla divinità, delineando in questo modo un collegamento originario tra l’uomo e dio. In seguito, nel momento in cui l’uomo pervenne, tramite il Cristianesimo, ad una maggiore coscienza della propria situazione di peccato nelle sue singole esperienze, l’elfo divenne una creatura malefica e quasi demoniaca, legata, ad ogni modo, con un mondo considerato pagano. Infine, nel tentativo di rialzare la testa in un secolo tanto oscuro quanto pregno di speranza come il XX, Tolkien ne fece l’esempio lampante di un’umanità che, consapevole del proprio declino, agogna alla patria beata: si veda il desiderio quasi smanioso degli elfi di fare ritorno ad Occidente. Nella parabola degli elfi è dunque possibile ritrovare l’evoluzione dell’idea di sé che gli uomini hanno sviluppato nel corso dei secoli.

Elfo, il trascendente. Ma proviamo a guardare alla figura dell’elfo in un modo diverso da quello affrontato finora. Possiamo dire che tutto quanto non è essere umano è da lui differente, è, rispetto a lui, trascendente. Essere trascendente significa essere precedente, essere successivo, essere altro.

Una persona è trascendente rispetto a noi; la società è a noi trascendente; Dio è trascendente; un’idea è trascendente. L’elfo appartiene a quest’ultima categoria.

È utile chiederci: qual è la funzione di una categoria trascendente? Molto probabilmente è quella di permetterci un confronto e un arricchimento interiore: l’inserimento di una novità. Se, allora, l’idea di elfo è un trascendente, dobbiamo concluderne che l’analisi della sua trascendenza permette di scoprire una novità, un confronto e un arricchimento. In cosa consiste questa novità?

La trascendenza si contrappone all’immanenza. Immanenza è trovare qualcosa dentro di sé; trascendenza è trovare qualcosa al di fuori di sé. Se ci confrontiamo con qualcosa che è trascendente, ad esempio, con la figura dell’elfo, è per andare al di fuori di sé e trovare qualcosa di nuovo. In questo senso lo sviluppo della figura elfica rappresenterebbe per l’uomo il tentativo e la ricerca di una perduta comunione con il mondo e con dio, dal momento che la parabola dell’elfo ha delineato, in quanto abbiamo detto, una simile evoluzione. 

Posso allora azzardare, dicendo che l’uomo si rispecchia nell’elfo perché ha in cuore il desiderio di ritornare ad un’origine in cui si vede unificato al mondo che lo circonda. 

L’elfo, essere di luce, essere trascendente, è il continuo desiderio dell’uomo di ritornare a far parte della comunione con dio e con il creato.