È una domanda che fanno spesso agli scrittori: da dove viene l’ispirazione?, da dove nascono le storie?, come ti è venuta questa idea?

Chi immagina una musa ispiratrice nascosta nell’invisibile, pronta a riversare nella mente dell’autore qualcosa di estremamente originale, che mai nessuno ha detto, ebbene, è destinato a rimanere deluso: le storie non sono mai nuove. Esse utilizzano sempre materiale nato millenni fa. Chi lo sa, forse addirittura milioni. Si tratta delle vicende ancestrali, del modo che ha l’essere umano di affrontare l’esistenza, le sue paure. A volte, queste vicende prendono delle direzioni preferenziali, vengono visitate spesso come corridoi già frequentati da visitatori smarriti, come sentieri già battuti da cacciatori che temono di essere braccati.

La paura è un grande agglomeratore: mette assieme non solo le persone (talvolta) perché fronteggino ciò che considerano il pericolo; più spesso unisce le reazioni, rendendole le strade migliori che si possano percorrere per esorcizzare i timori. E se spesso può sembrare che la paura disaggreghi, instilli un timor panico nel cuore del singolo, spingendolo spesso a dividersi dagli altri e a reagire in modo irrazionale, incontrollato e, di conseguenza, controproducente, per lo più la paura unisce, crea massa, fa gruppi che si oppongono al male percepito. Il passo dalla paura subita al terrore creato è a volte molto breve.

Tante storie, nascono da qui, e non importa che la paura si chiami di volta in volta inquietudine, disorientamento, morte, mostro, minaccia o quant’altro: tali storie costituiscono la prima metà del mondo delle storie. Ecco le storie nascono – per un buon 50% – da qui. L’altro 50% nasce dall’amore, che si mostra direttamente come tale, quale forza demonica (mi riferisco al dàimon Eros di cui parla Platone tramite Socrate e Diotima nel Simposio) che conduce a Dio, oppure in una delle sottodeclinazioni che rendono il mondo degno di essere vissuto anche quando è corroso dal male più tremendo.

Forse sono entrambi demoni, l’Amore (Eros) e la Paura (Phobos), e sono loro a far da padrino o madrina alle storie che nascono nel nostro cuore, nel nostro ventre, nel petto o nella mente. Da qualunque luogo spuntino fuori, le storie parlano sempre di Amore e di Paura, di Vita e di Morte, di Unione o di Divisione, di Simpatia o di Antipatia, di Interesse o di Indifferenza, di Nobiltà o di Miseria d’animo.

Voglio, però, farvi un esempio concreto, relativo a uno dei miei racconti. Si tratta di Il taglialegna e la Grande Quercia. Lo pubblicai nel 2013 con Edizioni PerSempre, di Fabio Larcher, casa editrice che purtroppo non durò quanto si augurava l’etichetta. La storia era la rielaborazione di tre fiabe differenti: una fiaba tipica della Lessinia, nella quale il taglialegna veniva addormentato per evitare che abbattesse un albero importante, una fiaba Estone, nella quale il taglialegna entra a colloquio con l’albero, e una favola di Esopo, nella quale il dio Ermes vuole provare l’onestà del taglialegna. La fusione delle tre fiabe ha portato alla creazione di questa storia, nella quale l’onestà del taglialegna viene testata dalla grande quercia e suo figlio ottiene, attraverso prove di vario genere, una vita lunga e fortunata.

Il primo agosto dell’anno 2000 scrivevo questa breve storiella su uno dei miei diari:

Quando si insediò il nuovo governatore, la tradizione del luogo non fu più al sicuro. La tradizione era la sacralità dell’albero natale, la sorgente del fiume, la fonte del cibo locale. La tradizione raccontava che l’albero in cima a quella collina fosse eternamente spoglio, senza che se ne conoscesse il motivo. Si sapeva solo che era grazie a lui che si riceveva ciò che comunemente si usava, nella vita di tutti giorni.
Il governatore non credeva alla realtà di questa storia e voleva rendere indipendente la comunità dall’influenza di quell’albero. E così, un giorno, mando un taglialegna a troncarne la vita, tra le rimostranze della popolazione. Il taglialegna imbocco il sentiero della collina, che portava proprio a quell’albero vetusto e sempre spoglio. Quando vi giunse, alzo la scure per prestarsi a tagliarlo, ma l’albero gli parlò per convincerlo di non abbatterlo. Ma il taglialegna, che pure comprese le sue ragioni, non poteva astenersi dall’obbedire al governatore. Allora alzò la scure e improvvisamente un gran sonno lo intorpidì. Chiuse gli occhi e si addormento in quella posizione, con le braccia e la scure alzate.
Quando si risvegliò, si accorse di avere fra le mani solo un pezzo di legno marcio e il ferro della scure arrugginito. La barba lunga e bianca gli toccava terra, ma l’albero era sempre lì. Eppure gli sembrava che fossero passate poche ore.
Decise allora di scendere in paese; per rendersi conto, una volta giunto, che erano passati più di cento anni. Non andò più a tagliare quell’albero che gli aveva fatto capire una cosa importantissima: “È donando che si ha la vita eterna“.

Tratto dal “Diario di scrittura e rielaborazione” del 2000

C’era già tutto, ma ci sono voluti anni perché andasse concretizzandosi in quella fiaba che poi inserii all’interno del primo volume di Storia di Geshwa Olers, Il viaggio nel Masso Verde: la fiaba che nonna Bilette racconta a Geshwa proprio nel primo capitolo è un brano tratto da questa storia più lunga.

Le storie hanno radici come gli alberi, e al pari di grandi querce non vanno mai abbattute del tutto, perché i loro frutti nutrono intere generazioni di persone.

In Il viaggio nel Masso Verde è contenuto un brano della storia Il taglialegna e la Grande Quercia.