A poca distanza dalla chiesetta a loro dedicata, sulle pendici del Monte Baldo a nord di Verona, c’è una piccola grotta, che due santi veronesi utilizzavano come abitazione. Un fatto miracoloso mise a tacere le malelingue.

Qualcuno diceva, infatti, che i due santi uomini si intrattenessero nella grotta con donnacce o, addirittura, che non vivessero secondo retta dottrina. Eppure, i due eremiti furono al centro di un fatto storico, la traslazione delle spoglie di San Zeno, il santo vescovo africano di Verona, e di una o più leggende che da esso ne nacque.

Il trasporto avvenne nell’807, e si trattava di dover spostare le ossa di San Zeno “ex loco ubi iacebat” nella nuova sede, cioè nella basilica ricostruita a nuovo sotto i carolingi. Nessuno, però, nel momento in cui le si dovettero sollevare, riusciva a farlo, per il peso che parevano assumere in quell’attimo. Solo i due santi, Benigno e Caro, riuscirono a farlo con scioltezza. Il testo latino della “Historia traslationis Sancti Zenonis” è dovuto a un anonimo vissuto sul finire del XII secolo, anche se pare derivare da più antica trascrizione. Eccone il testo tradotto.

“Alle orecchie del Re giunse fama di un uomo solitario che si nutriva di erbucce, di acqua e di poco pane; appena intese ciò, mandò subito a chiamare il vescovo. Nominarono dunque dei messi diligenti e saggi, ai quali affidare questo compito. Giunti al lago detto Benaco, quelli si avvicinarono per un angusto e pericoloso sentiero alla grotta di un uomo solitario su un’alta cima. Scorsero in tal modo un uomo di nome Benigno e il suo discepolo chiamato Caro e furono molto lieti. Quello, udito del re e del Vescovo, disse ai messi: – Ritornate in pace e salutate i vostri signori, o carissimi: non piccola è la mia gioia, giacché sono chiamato a sì gran festa; vi seguo tra poco -. Tosto entrò in un piccolo oratorio ed implorò l’aiuto divino; poi si affrettò a mettersi in cammino. Giunto poco lontano dalla sua celletta, ecco un merlo incominciò a starnazzare, a zirlare e ad attraversare ripetutamente il sentiero, come a significare un sinistro presagio per distogliere l’uomo di Dio dall’impresa. Ma egli, ben sapendo che ciò era opera del demonio, comandò al merlo di non muoversi più fino al suo ritorno. Il merlo restò là come fosse insensibile. […] Una volta compiuto il dovere della traslazione e suscitando grande meraviglia nel popolo per essere riusciti là dove altri non erano stati in grado di far nulla, li volevano trattenere per festeggiare l’eremita, ma l’uomo di Dio, bramoso di riprendere la vita contemplativa, affretta il ritorno all’eremo. Mentre sta per giungere alla sua dimora, Benigno vede il merlo giacere ancora immobile su una roccia e, pensando che riposasse e attendesse il suo arrivo, si avvicina per farlo alzare e dargli la licenza di andarsene e così si accorge che nell’attesa l’uccello era morto”.

Sì, in realtà è una leggenda con un finale un poco triste. Ho voluto utilizzare tale leggenda anche nella Storia di Geshwa Olers, e precisamente nel quarto volume, allorquando Geshwa intraprende un viaggio verso il Monte Shängil (nome in grodestiano arcaico del Monte Baldo attuale) per rintracciare la grotta di due uomini, che a quanto pare sono gli unici in grado di aiutarlo a decifrare un importante e antico scritto racchiuso nella fortezza di Passo Keleb, dove si trova a fronteggiare un attacco molto pericoloso dell’Impero.

Se volete leggere quella storia, la potete trovare nell’ebook che vi indico qui sotto. Buona lettura!